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La tela del diavolo La disubbidiente Ombre senza tempo

 

Con "Ombre senza tempo", si completa la trilogia che comprende "La tela del diavolo" e "La disubbidiente".

 

L'ex capitano dei carabinieri, Marco Redaelli, nel tentativo di salvare una ragazza che sembra avere la capacità di rivivere avvenimenti accaduti alle sue antenate, si trova coinvolto nello scontro crudele tra due misteriosi gruppi di potere che asseriscono di dominare ormai da secoli l’intera umanità, e che vogliono utilizzare lo sconcertante dono della giovane per i loro oscuri fini.

 

Un susseguirsi di colpi di scena che prospettano di volta in volta scenari inaspettati, mondi in cui le risposte alle domande inquietanti che il nostro protagonista si pone, non sono sufficienti per evitargli di rimanere stritolato, assieme ai suoi più cari amici, in una morsa infernale che appare senza scampo.

 
  Prima parte  
  Ponte delle tette  
  Il cuore impazzito, i piccoli polmoni arsi da un bruciore implacabile, l’incredulità e lo stordimento che sfociano in un terrore più grande di lei, immenso.
Le sue fragili gambe da bambina, che fino a due giorni prima erano state in grado di farla volare senza fatica in spensierate galoppate a piedi nudi nei prati dietro casa, ora sembravano pezzi di piombo, soprattutto dopo la forsennata corsa tra le strette callette di quella lurida città maleodorante.
Maledetta Venezia e maledetta quella stupida vecchia che deve farle da madre.
 
Capitolo 1°
  Isola di Torcello  
 
Non aveva ancora finito di ricontrollare, per l’ennesima volta, se il tenue velo che ricopriva il volto scarno di sua madre si fosse mosso anche solo di pochissimo, rivelando in tal modo un miracoloso alito di vita, che già il Gran Consiglio le aveva trovato un’altra madre.
Aveva guardato di sfuggita negli occhi neri della nuova venuta e nonostante i suoi otto anni vi aveva colto, con triste sicurezza, il “nulla” dietro quelle pupille fisse e inespressive.
Una mano callosa le aveva poi stretto con determinazione il piccolo polso e lei si era sentita strattonare via.
Aveva seguito la donna docilmente.
Solamente il suo capo rimaneva piegato di lato in modo quasi innaturale, nel tentativo di non perdere di vista il leggero sudario nero.
Poi qualcuno s’intromise, ingombrante, e un attimo dopo i colpi di martello che rimbombarono cupi sulla bara, inchiodarono definitivamente anche le sue ultime speranze.
Chiuse gli occhi e continuò a camminare nel buio, stupita di non inciampare ad ogni passo, ma i suoi piedi sembravano animati di una vita propria e la conducevano sicuri verso l’ignoto.
Farfalle.
Improvvisamente dal buio comparvero come per magia farfalle bellissime!
Prima due o tre, poi alcune decine che divennero subito migliaia, tutte quante coloratissime.
Aprì gli occhi e le farfalle scomparvero.
Delusa li richiuse con forza.
Lampi di luce...
Stelline...
Guizzi di…
Non sapeva bene cosa stesse vedendo, ma qualsiasi immagine era senz’altro meglio del velo immobile che ricopriva il cadavere di sua madre.
Uno strattone più forte degli altri l’obbligò a riaprire gli occhi e scoprì che si erano fermate vicino alla riva, dove una gondola nera galleggiava, triste, sotto di loro.
Un uomo tetro allungò le braccia e lei si trovò catapultata in basso.
Le mani che l’afferrarono in malo modo sotto le ascelle le fecero male, ma Ginevra riuscì a soffocare le lacrime serrando nuovamente gli occhi.
Percepì un lieve ondeggiamento della gondola, subito seguito dal movimento in avanti compiuto dall’imbarcazione, poi nell’aria immobile ci fu solo il rumore della forcola che scricchiolava sotto la spinta cadenzata del remo.
Solo quando fu certa di essere troppo lontana per riuscire ancora a distinguere l’isola ed i suoi prati, si arrischiò a socchiudere le palpebre.
La nuova madre era seduta al suo fianco, immobile, con il vestito nero che si fondeva con la sdrucita pelle del sedile e con il legno sudicio dell’imbarcazione.
Di fronte a lei, invece, la città. Venezia!
Quante volte aveva sognato di andarci, quante volte con le sue amiche aveva fantasticato di fuggire dalla sua piccola isola per andare a vivere nella città proibita, il centro di tutto!
E ora il Gran Consiglio aveva deciso che la sua nuova madre sarebbe stata proprio una veneziana.
Nulla sfuggiva all’efficienza e all’occhio lungo del Gran Consiglio.
Il Gran Consiglio ti accudiva e ti difendeva e tu non dovevi far altro che ubbidire al Gran Consiglio.
Ciecamente.
A otto anni non poteva certamente mantenersi da sola e il Gran Consiglio, premuroso, le aveva subito trovato una nuova madre che l’accudisse.
Gran Consiglio!
Gran Consiglio!
Sempre e solo Gran Consiglio!!
Si rammaricò che non le avessero concesso nemmeno il tempo di mettere un fiore sulla tomba, ma l’aspro urlo di un gabbiano le ricordò che non ci sarebbe stata nessuna tomba.
Esisteva solo una grande fossa comune dove tutti prima o poi finivano, una badilata di calce viva sopra la bara di legno grezzo e fine!