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  gianfranco pereno


 
La tela del diavolo La disubbidiente Ombre senza tempo


La trilogia del mistero - 2° La Disubbidiente
 
Ritorna l’ex capitano dei Carabinieri Marco Redaelli.
L’antieroe, che si è fatto amare nella “La tela del diavolo”, si ritrova coinvolto suo malgrado in un caso dove oscure atmosfere medioevali si mescolano con un incredibile progetto scientifico.
Un susseguirsi di eventi che ruotano attorno ad una strana indagine in cui sono coinvolte bambine che sembrano comparse dal nulla e dove la morte ha l’aspetto conturbante di un’assassina spietata che adora essere nuda quando uccide.
Un romanzo che apre scenari inquietanti sulla stessa Genesi e dove le risposte sembrano essere ancora più sconvolgenti delle domande.

 

 

Prologo  
  Nel grande cortile del convento, il sole estivo del primo pomeriggio era accecante.
Dopo pranzo le novizie avevano a disposaizione circa un’ora di tempo libero da poter dedicare ai loro svaghi e Giovanna stava giocando a palla mano con alcune scatenate ragazzine del primo anno.
Il suo carattere deciso, piacevolmente ammorbidito da un perenne sorriso, unito alla rara capacità di saper ascoltare, faceva di lei una delle Grandi Novizie maggiormente amate dalle bambine più piccole.
Quindi, quando fu distolta dal gioco dallo sguardo lampeggiante di Greta, che l’indusse a scusarsi con le sue piccole amiche per correre incontro alla compagna, si lasciò alle spalle un vivace coro di proteste.
Giovanna raggiunse l’amica in un angolo del cortile dove, sotto un ampio porticato che a fatica regalava un poco di refrigerio, era già seduta su un gradino di pietra un’altra ragazza.
Quest’ultima aveva un fisico minuto, una gran testa di riccioli neri ed era completamente assorta a leggere un grosso libro.
«Che cos’è Margaret?»
Domandò Greta con tono distratto.
«La vita della sacerdotessa Lavinia!»
Rispose seria la novizia, mentre chiudeva il libro e si soffermava a osservare lo svolazzante titolo inciso in oro sulla copertina consunta di pelle rossa.
«Una delle prime martiri!»
Greta alzò le spalle sbuffando, poi si guardò attenta attorno e con aria da cospiratrice mormorò sottovoce:
«Giochiamo a nascondino? Abbiamo ancora quasi due ore prima della lezione di teologia.»
Sul viso di Margaret passò una lieve ombra di timore, subito rimpiazzata da una velata espressione sottomessa.
«Dentro?»
Aveva quasi quindici anni ed era la più adulta della classe, ma la figura delicata ed il suo carattere remissivo facevano di lei il bersaglio preferito delle canzonature delle compagne.
Giovanna si voltò preoccupata in direzione della panca su cui aveva lasciato appoggiato il suo leggero mantello estivo.
Per giocare in cortile era concesso toglierselo, ma sapeva bene che se l’avessero sorpresa all’interno del convento con addosso solamente la tunica senza maniche, avrebbe passato un bel guaio.
«Nasconditi tu! Noi contiamo fino a cinquanta, poi ti veniamo a cercare!»
La voce di Greta non ammetteva repliche.
I riccioli neri sparirono nell’ombra del porticato e Giovanna si ritrovò a osservare perplessa l’ambiguo sorriso che aleggiava sul volto dell’amica.
Al diavolo il mantello, pensò, se le avessero scoperte avrebbe avuto ben altro di cui farsi perdonare.
Le ragazze lanciarono nuovamente un rapido sguardo al cortile e solo dopo essersi accertate che le due sacerdotesse che avevano quel giorno il compito di controllarle stessero ancora chiacchierando sotto il fresco riparo della grande quercia, scomparvero a loro volta nella semioscurità.
Attraversarono silenziose l’ampio atrio che portava al tempio e, superata una grande porta intarsiata, imboccarono il corridoio che conduceva alle sacrestie.
A quell’ora, tutte le dieci grandi stanze che costituivano il complesso erano completamente deserte.
Le numerose funzioni religiose erano già state celebrate nella mattinata e che solo dopo cena le sacerdotesse vi sarebbero ritornate per preparare all’ultimo rito della giornata.
Le ragazze socchiusero con prudenza la pesante porta d’accesso.
Di fronte a loro, immersi nella penombra, vasti stanzoni comunicanti erano stracolmi di enormi armadi di legno scuro che ricoprivano interamente le pareti, alcuni profondi almeno un paio di metri.
Ovunque l’odore intenso dell’incenso.
Con una rapida occhiata d’intesa le ragazze s’inoltrarono con prudenza nelle prime stanze, poi, sicure di essere completamente sole, si diressero con passo veloce verso quella più lontana.
Era la camera più ampia, ma anche la più buia che, adibita ormai esclusivamente a ripostiglio, aveva gli armadi traboccanti di paramenti non più in uso.
Giovanna rabbrividì, quindi guardò di sfuggita la sua compagna e solo dopo aver ricevuto un piccolo cenno d’intesa, iniziò a frugare sistematicamente la stanza.
Quasi gli sfuggì.
Raggomitolata sotto un’ampia stola di pesante broccato rosso, Margaret tratteneva il fiato e se non fosse stato per alcune ciocche di riccioli neri che spiccavano nitide sull’oro di un complicato ricamo, non l’avrebbe assolutamente notata.
Avvertì la presenza di Greta al suo fianco solo quando la compagna la sfiorò per infilarsi a sua volta dentro all’armadio e fu scossa da un altro tremito prima di accovacciarsi a sua volta accanto alle amiche.
Margaret aveva ora la testa rovesciata all’indietro e la bionda Greta sembrava volerle mangiare avidamente le labbra, mentre con la mano destra cercava di scoprirle impacciata il piccolo seno.
Giovanna accarezzò lentamente i riccioli sudati, poi la sua mano scivolò sicura sotto l’ampia gonna nera dell’amica, affascinata dal candore della coscia che si andava lentamente materializzando, centimetro dopo centimetro.
Sentendo Margaret ansimare, affondò con forza le dita e la sensazione di caldo umido che percepì sui polpastrelli rimbalzò violentemente nel suo ventre, facendole contrarre i muscoli.
La mano di Greta si affiancò inaspettatamente alla sua ed avvertì una leggera stretta, prima che essa si adeguasse con delicatezza al ritmo costante dei suoi movimenti.
Osservò nella penombra le ginocchia di Margaret distanziarsi a dismisura, per poi richiudersi improvvisamente in una morbida morsa per bloccare tenacemente le loro mani allacciate.
Non ebbe bisogno di controllare per sapere che, anche tra le sue cosce, vi era la stessa follia che scuoteva selvaggiamente l’amica.