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 KAMA

gianfranco pereno
   

Un libro scritto solo per sbarcare il lunario.

Una banale storia basata su una ipotetica società

n cui il sesso è elevato a panacea universale.

Un editore molto particolare. 

Tre casuali elementi che lanciano Vittorio Vettori,

uno sconosciuto scrittore,

verso il benessere ed il successo.
Ma Kama, il dio dell’amore indiano,

sembra aver riservato al giovane un diverso terribile destino.

Un inarrestabile susseguirsi di eventi

 dove il sesso offre un impietoso e tangibile spaccato di se stesso,

proponendosi come specchio fedele di scelte individuali e collettive,

a volte feroce a volte quasi poetico, ma sempre estremamente reale.

 

                                                                      Prologo



Dal diario di Vittorio Vettori






Ero seduto in macchina, intento a leggere le ultime pagine del mio manoscritto.

L’orgasmo della donna fu lunghissimo.
Il capo rovesciato tra i cuscini, le gambe nervose che attanagliavano strettamente l’uomo alla vita, le dita contratte ad artigliare le lenzuola stropicciate, era inequivocabilmente l’emblema stesso, vivo e palpitante, della femminilità.
Lui l’aveva osservata inarcarsi nel momento del massimo del piacere e aveva avvertito la morsa potente delle sue gambe affusolate, mentre i talloni della donna gli premevano duri e imperiosi contro le natiche.
Nella stanza in penombra, sembrava esistere solo lo strano suono roco che usciva, con sforzo, dalla gola di quella femmina stupenda.
Poi era accaduto.
L’orgasmo nella donna non si era attenuato.
Aveva solo cambiato forma.
Qualcosa era scattato in lei e il piacere non si era per nulla affievolito, ma anzi era continuato inarrestabile, a ondate incalzanti.
A lungo, molto a lungo!
Lui la fissò abbandonata in mezzo al letto disfatto.
Stupendo!
Aveva osservato il corpo dell’amante rilassarsi progressivamente, tenacemente ancorata a lui.
«Ancora… ancora…»
Un lieve mormorio monocorde aveva sostituito le incredibili urla selvagge che avevano accompagnato gli acuti dell’eccitazione e solo le dita ancorate sul lenzuolo continuavano a testimoniare le segrete emozioni che ancora si muovevano, insondabili, nel labirinto del suo mondo segreto.
Lui riprese a muoversi adagio dentro di lei.
Era quello il momento che preferiva, l’istante in cui il corpo della sua partner lo avvertiva dell’imminente resa, fisica e mentale.
Per un istante la donna socchiuse le palpebre e la fugace vista dei suoi occhi rovesciati all’indietro, rallentò impercettibilmente il ritmo dell’uomo.
La sua amante non era proprio una giovane fanciulla, e nell’ultima ora aveva bruciato sicuramente un bel numero di energie, un suo malore a quel punto, avrebbe compromesso irrimediabilmente tutto il suo futuro.
Poi lo sguardo della donna riprese vita e gli occhi nerissimi si riaprirono, languidi.
Con un respiro di sollievo l’uomo strinse più forte le natiche ancora sode tra le mani capaci, mentre affrettava con sapienza il ritmo delle spinte e solo quando sentì i gemiti della donna raggiungere nuovamente l’apice, si lasciò esplodere dentro di lei.

Mezz’ora dopo usciva nel caldo sole del tramonto.
Si fermò sulla soglia della grande villa a osservare il giardino che aveva di fronte, respirando a fondo l’odore dell’estate, poi lentamente si avviò verso l’imponente cancello d’ingresso.
Se la sua cliente manteneva la promessa, compilando in modo a lui favorevole anche l’ultima scheda, avrebbe raggiunto il punteggio pieno.
Il che significava “Licenza di Primo Grado” .
Arrivò al cancello e si fermò indeciso.
La leggera elettricità statica che, nonostante tutti gli sforzi tecnologici intrapresi, continuava a essere emanata dalle barriere, lo infastidiva invariabilmente.
Mosse titubante la mano e cercando di ignorare il fastidioso pizzicore che essa provocava, allungò con decisione il braccio. Gelo!
Lo ritrasse di scatto , fissando scocciato la manica bagnata.
Doveva immaginarlo, fuori pioveva.
Si voltò a guardare per un istante il giardino soleggiato alle sue spalle, poi con rassegnazione attraversò la barriera elettronica.
Una pioggia ghiacciata gli sferzò il viso, lasciandolo rabbrividire dentro il suo vestito leggero.
Stupidamente, quando il taxi della sua cliente era venuto a prenderlo, aveva pensato solo all’eleganza, troppo concentrato sul suo ultimo esame per pensare al tempo.
Si guardò attorno disperato, nessun taxi pubblico in vista, solo il grigio delle enormi case popolari che si perdeva a vista d’occhio.
Si alzò sconfortato il bavero dello smoking e cercando di evitare le pozzanghere più profonde, s’incamminò verso casa.
Un pensiero lo fece comunque sorridere, con la sua ultima performance il futuro era ormai assicurato.
Basta vita da cani in alberghi puzzolenti e donne altrettanto maleodoranti, ora lui avrebbe finalmente “vissuto”.
Un taxi sbucò inaspettatamente dal buio e per un incredibile miracolo, rispose al suo cenno disperato e quando si fermò con uno stridore di freni, a pochi centimetri dal risvolto dei suoi pantaloni, capì che la fortuna l’aveva veramente baciato sulla fronte.
Comodamente abbandonato sui sedili di finto cuoio, attraverso il finestrino rigato dalle lacrime sporche della pioggia, guardava sfilare velocemente i palazzi.
A intervalli irregolari, le leggere vibrazioni di un campo magnetico indicavano il confine inviolabile di una casa da ricchi.
Un mondo che d’ora in poi lui avrebbe frequentato regolarmente.
Chiuse gli occhi e ripensò alla sua vita.
Aveva ormai ventidue anni, ma sin dall’infanzia aveva intuito che per quelli come lui non esistevano molte possibilità di scelta, o facevi quello che gli istitutori ti dicevano di fare o ti trovavi fuori dalle mura dell’orfanotrofio.
Da solo.
Anzi peggio, con “loro”!
Crescendo aveva compreso che esistevano nel suo mondo solo due possibilità: o fare quello che il sistema sceglieva per te o... vivere fuori.
Uno dei suoi istitutori, una sera che aveva bevuto più del dovuto o che forse era rimasto troppo affascinato dai suoi occhi neri, gli aveva raccontato che tanti anni prima l’intera società era controllata da un “Grande Consigliere”.
Un essere supremo che decideva cosa andasse visto e cosa bisognasse pensare, ma poi il Potere stesso si era reso conto che quello non era ancora sufficiente per controllare totalmente l’umanità.
I vari governanti si rivolsero quindi per l’ennesima volta alla scienza, che mise a punto la tecnica dei Programmi Personalizzati Domiciliari.
In pratica si offrì alle famiglie più benestanti una tecnologia che permetteva loro non solo di proteggere la propria casa rendendola inespugnabile, ma soprattutto li dotava dell’incredibile facoltà di scegliere in modo autonomo anche il clima e l’ambiente in cui si voleva vivere.
Così in pochi anni, il pianeta s’isolò in miliardi di case, ognuna con un proprio microclima; chi voleva il sole dei Caraibi, chi il fresco delle Dolomiti.
Quelli che non potevano permettersi il costo di una simile tecnologia erano considerati “fuori”, e per loro i governi costruirono enormi agglomerati urbani, tutti identici, anche se perfettamente funzionanti e dotati di tutti gli standard abitativi necessari per una vita comoda e dignitosa.
Per molto tempo le cose funzionarono benissimo.
I ricchi vivevano beati nei loro paradisi artificiali, appoggiando entusiasticamente i governi che garantivano loro simili opportunità, e i meno ricchi, quelli che erano “fuori”, godevano comunque di un livello sociale equilibrato che garantiva una notevole stabilità sociale.
Solo che con il passare del tempo gli eventi atmosferici divennero un autentico incubo.
Completamente falsata dalla tecnologia, la natura si prese la sua rivincita scatenando continui eccessi nelle zone non protette.
Chi viveva così fuori dalle zone controllate, si ritrovò sempre più a subire periodi di afa torrida alternati a improvvisi e violentissimi nubifragi, che portò quell’intero ceto sociale a un rapido e violento degrado, provocando un’insanabile frattura nell’intera società.
Ma i veri problemi per i governi sorsero invece da cause completamente diverse.
Inspiegabilmente, forse proprio a causa dell’eccessivo isolamento e benessere, aumentarono in tutto il mondo, in modo terrificante, i suicidi nei ceti ricchi.
Il potere, vedendo minacciate le sue stesse basi, ripiegò quindi con successo su una nuova strategia, ripiegando su una molla primordiale che muoveva da sempre l’umanità: il sesso!
Nulla cui vedere con la pornografia a buon mercato o la comune prostituzione, attività che erano già state da tempo perseguite e definitivamente debellate.
Venne riproposto e incentivato invece l’erotismo allo stato puro, dove il sesso veniva prospettato come l’unica vera passione che dovesse interessare all’intera umanità.
L’evoluzione tecnologica consentiva ormai a chiunque di disporre di un enorme utilizzo di tempo libero e interi plotoni di esperti di comunicazione si lanciarono, con estremo zelo, a convincere ogni ceto sociale sulle enormi potenzialità dell’erotismo e dei suoi derivati.
Nulla delle più ricercate filosofie amatorie del passato fu lasciato inesplorato e non esisteva ormai persona, soprattutto all’interno di una casa ricca, che non fosse ormai anche un esperto conoscitore delle più raffinate tecniche del mondo dell’Eros.
Per incentivare queste tendenze, furono inoltre ripensate le vecchie figure degli operatori del sesso, uomini e donne che dopo un severo esame governativo, ricevevano una licenza per esercitare liberamente l’attività d’insegnante sessuale.
Ora lui stava per ricevere proprio la licenza di primo grado, quello riservato alle classi privilegiate, il massimo a cui si poteva aspirare.
Basta con la vita da “fuori”, per lui era giunto finalmente il tempo del benessere totale.
Il taxi lo depositò davanti al portone anonimo di casa sua ed era ancora intento a cercare nelle tasche fradice, la chiave di casa, quando una macchina della polizia passò ululando a pochi metri da lui.
L’uomo rabbrividì nell’intravedere sul sedile del prigioniero, una massa scura e informe.
Non avrebbe mai saputo la sua identità, ma aveva ben chiaro in mente quale fosse il destino cui lo sconosciuto stava andando incontro, dal momento che l’auto era contrassegnata da una larga fascia arancione, simbolo dei reati sessuali.
Se da una parte il potere incoraggiava e promuoveva al massimo ogni attività sessuale, dall’altra colpiva con vero pugno di ferro qualsiasi reato inerente l’abuso di tali pratiche.
Proprio la sempre più profonda spaccatura sociale, accentuata dal clima insopportabile in cui ormai i “fuori” vivevano, li avevano portati a degenerare nei crimini sessuali, anche se ultimamente bisognava ammettere, si erano verificati numerosi casi sconcertanti anche nelle famiglie più ricche.
Per reprimere sul nascere un caos ingovernabile, il potere aveva quindi stabilito a priori punizioni ferree per qualsiasi reato relativo.
La castrazione chimica immediata, a cui seguiva la pena di morte, inappellabile, dopo tre anni di carcere duro.
Questa era la sorte per chiunque fosse stato riconosciuto colpevole di un omicidio o di un grave abuso a sfondo sessuale.
Chiudendo la porta alle sue spalle, l’uomo pensò con un brivido alle molteplici sirene che in quel momento ululavano la loro rabbia al cielo.
Per fortuna lui ce l’aveva fatta!
Il mattino dopo si sarebbe recato all’ufficio del ministero per ritirare la sua licenza e per lui sarebbe iniziata una nuova vita.
Chiuse gli occhi e lentamente ogni suono si affievolì, mentre il ricordo del pomeriggio trascorso in quella bellissima casa, ricominciò a scaldargli il cuore.


FINE



                                                                         Capitolo 1




Dal diario di Vittorio Vettori




Ricordo, come fosse ieri, che chiusi soddisfatto la cartellina.
Avevo scritto un bel libro, ne ero sicuro.
In qualche parte forse troppo osé, ma d’altronde raccontavo di una società dove l’erotismo era ovunque l’attività predominante.
Questa scusa, devo riconoscerlo, serviva più che altro per nascondere anche a me stesso, il vero motivo per cui erano mesi che giravo a vuoto da un editore all’altro, nell’inutile tentativo di convincerli a pubblicare il mio lavoro.
Avevo quasi perso ogni speranza, quando un amico mi aveva inaspettatamente procurato un appuntamento con un piccolo editore torinese e quel giorno mi trovavo a pochi metri dalla sede della sua casa editrice, rinchiuso nella mia auto, dove avevo appena terminato di rileggere per l’ennesima volta l’intero mio lavoro.
Respirai a fondo e scesi, chiudendo con cura lo sportello, poi, senza quasi rendermene conto, salii i pochi gradini che davano accesso a un grande palazzo in stile ottocentesco.
Al primo piano, una vistosa targa d’ottone attirò inevitabilmente la mia attenzione, quindi schiacciai con forza il pulsante collocato a lato e attesi trepidante.
Non successe nulla.
Mi stavo chiedendo con un certo disagio, se avessi premuto correttamente il campanello, quando un piccolo scatto fece socchiudere il pesante battente.
Entrai con cautela e rimasi momentaneamente sconcertato.
Di fronte a me, un’elegante scrivania vuota, ma allungando il collo riuscii a vedere la segretaria accucciata nella stanza accanto, intenta a frugare nervosamente nei cassetti di uno schedario.
Era bellissima.
I lunghi capelli neri erano raccolti in una lunga coda di cavallo, la cui punta scendeva maliziosa a solleticare un seno pieno e abbondantemente esposto.
Le gambe lunghissime, inguainate in un eccitante paio di calze nere, lasciavano intravedere una sottilissima linea di pelle nuda al di sotto della gonna sollevata.
«Lasci pure tutto sul bancone, Mario! Grazie!»
La voce s’intonava meravigliosamente con la figura.
Rimasi immobile, folgorato da un guizzo rosso che era apparso fugace tra quelle cosce da incubo.
La donna nel frattempo si era rialzata accompagnata da un piccolo urlo soddisfatto.
«Eccole, finalmente!!»
Si voltò reggendo un mazzo di chiavi e il simbolo della BMW scintillò discreto per un breve istante tra le sue dita.
«Ma lei non è Mario!»
«No!»
«Scusi!»
Ora la donna aveva sfoderato un sorriso micidiale.
«Pensavo fosse il custode. A quest’ora passa sempre per controllare che tutto sia in ordine!»
«Vettori, Vittorio Vettori!»
«Vittorio... Vettori?»
«Devo… dovevo consegnare al suo direttore un manoscritto...»
«Al mio direttore?»
«Sì, cioè, io... »
Vidi la donna lanciare una breve occhiata alla postazione della segretaria, poi un sorriso prese il posto dell’espressione stupita che dominava il suo viso.
«Ma sono le cinque e quaranta di venerdì!»
Proseguì incredula.
«La segretaria è già andata via da un pezzo. E mio marito pure!»
Poi, di fronte al mio sguardo allibito aggiunse con una punta di confidenza:
«Io sono passata solo per prendere le chiavi di riserva della macchina. Non riuscivo più a ritrovare le mie.»
Ero impietrito! Mentre dentro di me mi stavo dando del deficiente!
Come avevo potuto dimenticarmi che era venerdì pomeriggio e che probabilmente erano molti gli uffici in tutta Torino che chiudevano prima per il weekend?
Come avevo potuto rimanere come un cretino almeno due ore in macchina, a rileggere il mio libro, perdendo così la possibilità di incontrare l’editore di persona?
«Il manoscritto è suo?»
La voce mi giunse pericolosamente vicina, accompagnata da un profumo fresco e leggero.
Istintivamente feci un passo indietro, mentre un lampo divertito balenò nei profondi occhi neri della donna.
«Si!» Balbettai imbarazzato. É un mio romanzo e avevo oggi un appuntamento con... suo marito!»
Stavo ancora cercando una scusa per giustificarmi, quando la donna allungò una mano.
«Lo dia pure a me, se desidera.»
Il suo tono si era fatto improvvisamente distratto.
«Farò in modo che lo riceva lunedì mattina.»
L’idea di consegnare una storia piena di racconti erotici a quella donna meravigliosa mi mise in un serio imbarazzo.
Avevo un bel dirmi, che la moglie dell’editore non si sarebbe certamente mai presa il disturbo di leggere neppure un rigo del mio lavoro, ma ugualmente non mi decidevo a consegnarle il manoscritto.
La mia reticenza dovette apparire evidente e per questo la donna fraintese.
«Non si fida?»
Il suo tono s’incrinò in una leggera sfumatura glaciale.
«No! Cioè sì!» Urlai d’istinto.
Il volto curatissimo riprese l’espressione meravigliata che aveva avuto qualche minuto prima, poi notai lo sguardo della donna posarsi velocemente su di me, uno scanner non sarebbe stato più veloce e preciso.
«E va bene!»
La sua voce aveva assunto una nota divertita.
«Allora vuol dire che mi porto direttamente a casa il suo lavoro, così potrò consegnarlo personalmente a mio marito... esattamente prima di cena!»
Cinque minuti dopo mi trovavo nuovamente seduto dentro la mia Fiat, intento a chiedermi come poteva essere che il profumo di quella donna avesse permeato completamente l’intero abitacolo.