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 SPORCONATALE

copertina sporconatale gianfranco pereno

Quattro amici torinesi, una puttana albanese, un protettore ex militare e una inumana tradizione tribale,
un mix casuale di eventi che in soli sette giorni sconvolgerà la vita a tutti i protagonisti.
Un noir serrato e travolgente, sincero e spietato come solo la realtà sa esserlo.

 

 
 

 

 

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«Sporco fottuto Natale!!»

Che le cose fossero cominciate male sin dall’inizio, l’avevo già intuito.

Non ci voleva molto d’altronde.

Sette giorni prima ero a Torino, a trovare alcuni vecchi amici per quella che doveva essere solo una piacevole rimpatriata, ma già dopo poche ore qualcosa stonava.

L’appuntamento era stato fissato come sempre in piazza San Carlo per l’irrinunciabile aperitivo, piccolo accenno a bevute ben più consistenti già accuratamente pianificate.

 

20 dicembre

 

Appena svoltai l’angolo di via Alfieri, l’aria di casa incominciò a regalarmi quell’indefinito brivido che avvertivo ogni qual volta ritornavo nella mia città natale e lanciai involontariamente uno sguardo al “Caval d’Brons”, strizzando l’occhio a Emanuele Filiberto.

Se il fiero duca ringuainava la spada dopo la vittoria di San Quintino, io potevo tranquillamente, a mia volta, cedere le armi e lasciarmi il lavoro alle spalle, godendomi qualche giorno di completo e meritato relax.

Entrai quindi con decisione al Caffè Torino, scorgendo immediatamente Vittorio seduto a un elegante tavolino in fondo alla sala.

Ero sicuro di trovarlo là!

Quell’eterno imbecille doveva essere arrivato con notevole anticipo per riuscire ad accaparrarsi il nostro vecchio tavolino, un piccolo disco rotondo situato in postazione strategica sotto lo stupendo scalone a elica che sembra galleggiare, ogni volta che si guarda, dentro la luce soffusa che proviene dalle grandi vetrate che occupano l’intera parete.

Per anni, all’ora dell’aperitivo, c’eravamo accaparrati proprio quel particolare tavolino, incredibilmente collocato in una posizione a dir poco magica.

Perfetto per scommettere, da seri studenti universitari quali eravamo, con tranquillità sul colore dei reggicalze delle signore che salivano, chissà se poi veramente inconsapevoli dello spettacolo offerto, al piano superiore.

Se poi riuscivi ad azzeccare la corretta previsione di un’autoreggente, bevevi gratis per un’intera settimana.

  «Il solito imbecille!»

La voce, che s’infranse sulle mie spalle, fu accompagnata da una pacca spaventosa.

Inutile voltarsi, visto che Luca mi aveva già superato, ignorandomi completamente, diretto come una locomotiva verso il suo bersaglio.

Non mi rimase quindi che puntare a mia volta sul “solito imbecille” in questione, cercando perfidamente di ignorare che da almeno un lustro era il titolare di una prestigiosa cattedra all’Università di Scienze Politiche.

Mentre attraversavo il locale, notai con una punta di fastidio la completa indifferenza che dimostravano le ragazze del reparto pasticceria che, alla mia destra, stavano sistemando con meticolosa cura incredibili golosità dentro il lunghissimo espositore.

La stessa cosa accadeva alla mia sinistra, ove al reparto bar, lo zelo dei banconieri era riservato esclusivamente alle numerose prenotazioni che arrivavano dai vari tavolini.

  «Dov’è finito il vecchio spirito torinese della gentilezza verso i clienti!!» Sussurrai maligno a me stesso.

Ma mi fu sufficiente transitare davanti all’ampia specchiera, per vedervi rifratta non l’immagine aristocratica del mitico Umberto, accompagnato dalle elegantissime Mafalda e Maria di Savoia, ma il riflesso di un comune cinquantenne, jeans e giaccone, ben lontano dal carisma dei personaggi citati prima.

Loro sì, che facevano schizzare fuori i camerieri in livrea!

E con il vecchio titolare in testa!

  «Claudio!!»

Vittorio, “l’eterno imbecille”, si era nel frattempo alzato in piedi e quando ci abbracciammo rimasi sinceramente stupito nel vederlo emozionato.

Era stato uno dei miei amici torinesi più cari e nonostante non lo vedessi ormai da alcuni anni, continuavo anch’io a pensare a lui con particolare affetto e vedere in quel momento riflesso nel suo sguardo, il medesimo sentimento, mi fece uno strano effetto.

Un misto tra la soddisfazione personale nel constatare che qualcosa di buono in fondo dovevo averlo pur fatto e una riconoscenza profonda verso il destino che mi aveva fatto incrociare una simile persona.

Luca nel frattempo si era letteralmente abbandonato sopra una delicata seggiola, alimentando in me, una volta di più, la curiosità di sapere come simili fragili oggetti riuscissero a reggere il suo quintale di muscoli.

A differenza di quelli che per me erano ormai solo un doloroso ricordo, i suoi addominali invece, nonostante i cinquant’anni suonati, erano ancora indiscutibilmente in condizioni invidiabili.

Un vero insulto al salvagente che io ostentavo con falsa indifferenza.

  «Abbiamo messo su chili, vedo!!»

Sempre gentile e diplomatico il Luca!

Uomo di sfondamento in una delle prime squadre di rugby, nate all’epoca in città, non aveva mai perso occasione di sfottermi sul fatto che io a quel tempo perdessi il tempo con la pallavolo.

  «Non solo in pantaloncini risaltano molto meglio i culi della squadra femminile, ma tu, con il tuo metro e settantasette, dove speri di andare?»

Il tormentone mi aveva perseguitato per anni e più mi sforzavo per riuscire ad essere l’alzatore con la maggior elevazione di tutto il campionato giovanile, più lui, dall’alto del suo metro e novantadue, allargava le braccia sconsolato ogni qual volta veniva a vedere una mia partita.

A pensarci con il senno di poi, forse non aveva tutti i torti, anche se solo sui culi della squadra femminile ovviamente!

In compenso, il cameriere che comparve silenzioso al nostro tavolo fu di una competenza professionale encomiabile e gli aperitivi che arrivarono dopo pochi minuti, altrettanto insuperabili.

Quando uscimmo, eravamo tutti riconoscenti al quarto amico che ci stava attendendo a casa sua, abbastanza lontana per permetterci di continuare con calma gli innumerevoli discorsi già cominciati, ma anche strategicamente vicina per consentirci di non prendere l’auto, oggetto ormai inutile visto l’elevato tasso alcolico presente nel nostro sangue.

E fu proprio da quel momento, che qualcosa incominciò a stonare.

Già attraversando la grande piazza, la gente mi appariva strana, le loro espressioni erano spente e i passi o troppo veloci o troppo strascicati, quasi innaturali.

Non era certamente la consueta atmosfera natalizia che ricordavo.

Nessun sorriso gratuito tra sconosciuti che s’incrociavano e anche pochi abbracci e strette di mano tra quelli che evidentemente erano amici che si erano dati appuntamento.

Rarissime le coppiette sorridenti, strette in abbracci incollanti con la scusa del freddo pungente.

Tutto sembrava stranamente finto.

Le stesse luci natalizie, sicuramente migliorate da quello che ricordavo negli anni precedenti alla rivoluzione operata dalle Olimpiadi, sembravano incapaci di fornire un valido spunto all’aria di festa e di gioia che si sarebbe invece dovuta respirare.

Lentamente, passo dopo passo, mi accorsi che stavo prestando sempre meno attenzione ai discorsi dei miei due amici, rivolgendo invece la mia concentrazione sui volti e sugli atteggiamenti delle tante persone che passeggiavano davanti alle vetrine traboccanti di offerte natalizie.

Eravamo in pieno centro storico, nella maestosa via Roma che illuminata da far spavento, ospitava sotto gli ampi portici le firme e i marchi più prestigiosi dell’intera Torino.

E se mi sembrò abbastanza naturale, visto il momento di crisi economica che si stava attraversando, che gli sfarzosi negozi non fossero stracolmi di clienti, mi lasciò invece pensieroso il fatto che non vi fossero neppure persone che si soffermassero davanti alle ampie vetrine, un tempo meta di stipati capannelli di torinesi che, se pur alquanto lontani dall’acquistare, almeno si concedevano con generosità il lusso di sognare.

Una coppia, padre e figlia, uscì da un’immensa porta di cristallo scorrevole a pochi passi davanti a noi, ma l’alito caldo che li seguì, carico di lusso e di fascino, non bastò a soffiare via l’espressione lugubre impressa nei loro volti.

Nella mano della ragazza una grande borsa di carta sontuosa, con il grande marchio dello stilista impresso a caratteri cubitali.

Dentro, quello che immaginai fosse un prezioso dono da offrire.

I loro occhi però non esprimevano nessuna gioia, nessuna frenesia repressa per dover obbligatoriamente attendere lo stupore di chi lo avrebbe poi ricevuto.

Un guizzo e s’infilarono indifferenti tra noi e l’ennesimo mendicante che aveva già allungato al nostro indirizzo il classico bicchiere di carta.

Il tempo di afferrare lo svolazzare rapido di una sciarpa morbidissima e ambedue sparirono tra la gente.

Scossi la testa all’indirizzo del barbone, affrettando il passo leggermente imbarazzato.

Era naturale incontrarne tanti, quello era uno dei pochi posti in cui, proprio grazie alla lunghezza dei portici, erano efficacemente riparati dalle intemperie e dove, soprattutto, la gente andava ancora  a piedi.

Dopo una decina di metri venni attratto dall’eleganza tranquilla e sicura che scaturiva da alcuni abiti da sera e l’impressione che addirittura i manichini emanassero a loro volta un fascino sensuale, acuto e coinvolgente, quasi non mi fece notare la donna immobile accanto alla vetrina.

Ma poi la sua espressione, chiaramente disorientata, mi fece rallentare il passo incuriosito.

Sui sessanta, ben vestita, stava impalata in un angolo, lo sguardo timoroso che rimbalzava sull’indifferenza dei passanti.

Se per un istante l’avevo a prima vista scambiata per l’ennesima mendicante, mi ricredetti subito e il sospetto che potesse invece aver bisogno di aiuto, s’insinuò nel mio animo nel breve lasso di tempo che misi ad oltrepassarla di alcuni passi.

Stavo già per voltarmi e tornare indietro per sincerarmi del suo stato fisico, quando Luca mi afferrò per un braccio, domandandomi con aria da cospiratore che fine avesse fatto la biondina con cui mi accompagnavo l’ultima volta che c’eravamo incontrati.

Gli risposi meccanicamente, lasciandomi trascinare via dal suo lieve contatto, senza trovare il coraggio di interromperlo per ritornare sui miei passi.

Ma mentre annuivo alla sua ammirata esternazione verso “tette che valevano sicuramente una finale di campionato”, una parte del mio cervello era rimasta ancorata sulla scena di prima.

Un malore? La donna era persa? Un vuoto di memoria?

  «Claudio!! A che cavolo pensi?»

La voce seccata di Luca mi strappò dai miei pensieri, e dopo pochi istanti mi ritrovai a riproporre per l’ennesima volta spiegazioni patetiche su diversità di vedute, stili di vita e sensazioni di soffocamento.

Ma dentro, nemmeno molto nascosto, un fastidioso senso di colpa mi rodeva irritante.

Un disagio che non sapevo se imputare alla colpevole indifferenza avuta pochi attimi prima o alle balle che stavo in quel momento raccontando.

Fu per quello che mi feci fregare!

Anche se sicuramente, vista l’innegabile abilità, mi avrebbero gabbato ugualmente.

Accadde tutto in un lampo!

Uno di loro mi colpì con forza la caviglia, facendomi inciampare, mentre l’altro mi sorreggeva premuroso.

Il tempo di ringraziare con un monosillabo lo sconosciuto per il tempestivo aiuto, che lo vidi allontanarsi rapidamente.

Lui e il mio orologio!

Urlai, e quello incredibilmente si voltò, rivelando un’aria spavalda stampata su un volto da ragazzino!

  «Cazzo, l’orologio!!» Urlai nuovamente sbigottito, questa volta all’indirizzo dei miei amici.

Il più costernato fu senza dubbio Luca, evidentemente incapace di accettare che due ragazzotti potessero aver deciso di scipparci senza provare il minimo timore riverenziale verso la sua stazza dissuadente.

  «Se non fosse per questo maledetto menisco…»

Incominciò.

  «Vaffanculo!» Sbottai furibondo di rimando.

Le persone attorno a noi continuavano a passeggiare incuranti dell’accaduto, anzi, qualcuna era addirittura visibilmente infastidita per l’intralcio che davamo noi tre, fermi a urlarci vicendevolmente in viso.

  «Sono zingari! Rom!!»

Una voce, alquanto rassegnata, ci fece voltare tutti e tre contemporaneamente.

A giudicare dal cappotto stretto frettolosamente su un abitino leggero e dalla sigaretta incastrata tra le dita, doveva trattarsi di una delle tante commesse della zona, uscita per godersi una breve pausa.

  «È tutto il giorno che gironzolano qui attorno! Abbiamo chiamato per due volte i vigili e anche i carabinieri, ma non è servito a nulla. Quelli spariscono per un po’, poi ricompaiono come se nulla fosse!»

  «Sporco fottuto Albanese!!» Mi sfuggì dalle labbra, e nemmeno troppo piano.